nella città dei Children Street
la speranza è in un raggio di sole...

La speranza è in un raggio di sole che possa riscaldarmi ed accendere una giornata spenta. Un raggio che possa colorare queste strade, queste case, questi volti...
Al mattino lo stesso cielo grigio di ieri ci dà il buongiorno.
Queste grandi metropoli del mondo, da nord a sud, da est ad ovest, ad ogni latitudine, sono strane. Fuori una luce grigia filtra a fatica le nere nubi, perdendosi nel fumo dello smog.
Questa luce grigia azzera tutte quelle differenze che caratterizzano e distinguono le una dalle altre. In giornate come queste, ogni metropoli del mondo si assomiglia maledettamente, il grigio è lo stesso. Caos e polvere, confusione e stordimento, anche questo è lo stesso.
Dalla finestra del nostro hotel è sempre più grande, sempre più scrostato il muro del logoro stabile che si erge di fronte. Ed è su di lui che domina la veduta. Null’altro.
La strada che corre sotto è stretta e lunga, e addosso gli sfilano grandi, smunte e altissime pareti. E i colori sono sempre quelli, tutte le tonalità del grigio.
Nella notte, questo lungo cupo budello, è stato teatro di spettacoli tristi, dove però gli attori non recitavano. Dapprima quel che rimaneva di un uomo, dall’età indefinibile, che non si reggeva più in piedi, cadeva, si rialzava, urlava e ricadeva. Tra le mani uno straccio che ogni tanto si portava al naso, per sniffare colla o benzina. Quanta ne avrà respirata di sta roba.
E per quanto tempo? Basta davvero poco, questa dipendenza ti brucia il cervello con estrema velocità. Piano piano, strisciando a terra o trascinandosi i piedi, questo straccetto di uomo, si allontana e svolta in una strada laterale. Qualche minuto dopo, una donna, stessa scena.
Prendo sonno con quest’ultima immagine negli occhi.
Non mi aiuta, riposerò male. E’ così trascorsa la prima notte.
Ma ora ho davanti la mia prima intera giornata, devo uscire, sotto c’è Nairobi. La speranza è in un raggio di sole che possa riscaldarmi ed accendere una giornata spenta. Un raggio che possa colorare queste strade, queste case, questi volti.
Un raggio di sole che attenui il cupo di ciò che mi circonda.
Queste metropoli sono proprio strane. La quantità di persone che incontri in giro è sbalorditiva. Le devi evitare, a destra e a sinistra, con agili dribbling, in un continuo zigzagare. Scioccante è anche l’infinità dei mezzi che intasano ogni centimetro quadrato di strada e che trasportano accalcate masse di gente. E nonostante questo impressionante “pieno di vita”, ti sembra tutto come spento, come se, attorno a te, milioni di persone portassero con sé nulla, un’umanità piena di vite vuote, di vite ancora da trovare, da costruire.
Un’umanità che sbatte le spalle contro altre spalle, che sfiora bus e matatu, taxi e tuc tuc e motociclette. Nairobi è la città tra le più invivibili mai viste. Questo è il primo impatto, poi imparerò a conoscerla, a districarmi tra le strade, a muovermi a bordo dei matatu, a viverla anche la sera, accorti ed attenti, per conoscere la Nairobi più temuta, ma anche la Nairobi del divertimento, della buona cucina, dei locali di ritrovo.
Tuttavia le considerazioni su questa città non saranno diverse da quelle iniziali, perchè Nairobi è la città dei più, dove l’eccesso è la normalità, dove la vita scorre velocissima e termina prestissimo.
Nairobi ti assale, ti opprime, ti uccide. Nairobi è la città dei “children street”, bambini che scelgono la strada per fuggire alla malvagità della famiglia, ai linciaggi, alle malversazioni, ai soprusi. Oltre che alla fame e alla miseria.
Bambini che già a 7 anni, come Steven, si trascinava per i budelli della vecchia città, sniffando colla. Steven lo incontreremo e lo conosceremo alla Shalom House (descrizione nelle successive schede) dove andremo per conoscere padre Kizito, una persona che ha fatto e sta facendo molto per questa gente. Steven, che ora segue un progetto per il recupero dei “children street”, dopo aver raccontato la sua terribile storia, parla di speranza, dice di crederci.
E dice di avere un sogno: poter avere una vita normale.
©Roberto Roby Rossi
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